Pietro Metastasio - Opera Omnia >>  Catone in Utica




 

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Dramma rappresentato con musica del VINCI la prima volta in Roma nel teatro detto delle Dame, il carnevale dell'anno 1727.


ARGOMENTO

Dopo la morte di Pompeo, il di lui contraddittore Giulio Cesare, fattosi perpetuo dittatore, si vide render omaggio non sol da Roma e dal Senato, ma da tutto il resto del mondo, fuorché da Catone il minore, senator romano, poi detto «uticense» dal luogo di sua morte: uomo venerato come padre della patria non men per l'austera integrità de' costumi che pel valore; grande amico di Pompeo ed acerbissimo difensore della libertà. Questi, avendo raccolti in Utica i pochi avanzi delle disperse milizie pompeiane, coll'aiuto di Iuba re de' Numidi, fedelissimo alla repubblica, ebbe costanza di opporsi alla felicità del vincitore. Cesare vi accorse con esercito numeroso, e, benché, in tanta disparità di forze, fosse sicuro di opprimerlo, pur, in vece di minacciarlo, innamorato della virtù di lui, non trascurò offerta o preghiera per farselo amico. Ma quegli, ricusando aspramente ogni condizione, quando vide disperata la difesa di Roma, volle almeno, uccidendosi, morir libero. Cesare a tal morte diè segni di altissimo dolore, lasciando in dubbio la posterità se fosse più ammirabile la generosità di lui, che venerò a sì alto segno la virtù ne' suoi nemici, o la costanza dell'altro, che non volle sopravvivere alla libertà della patria. Tutto ciò si ha dagli storici: il resto è verisimile.


INTERLOCUTORI

 
CATONE
 
CESARE
 
MARZIA  figlia di Catone, ed amante occulta di Cesare.
 
ARBACE  principe reale di Numidia, amico di Catone, ed amante di Marzia.
 
EMILIA  vedova di Pompeo.
 
FULVIO  legato del Senato romano a Catone, del partito di Cesare, ed amante di Emilia.
 
 

La scena è in Utica, città dell'Africa.




ATTO PRIMO

SCENA I

Sala d'armi

Catone, Marzia, Arbace.

Marzia - Perché sì mesto, o padre? Oppressa è Roma,
      Se giunge a vacillar la tua costanza.
      Parla: al cor d'una figlia
      La sventura maggiore
      Di tutte le sventure è il tuo dolore.

Arbace - Signor, che pensi? In quel silenzio appena
      Riconosco Catone. Ov'è lo sdegno,
      Figlio di tua virtù? dov'è il coraggio?
      Dove l'anima intrepida e feroce?
      Ah, se del tuo gran core
      L'ardir primiero è in qualche parte estinto,
      Non v'è più libertà, Cesare ha vinto.

Catone - Figlia, amico, non sempre
      La mestizia, il silenzio
      È segno di viltade; e agli occhi altrui
      Si confondon sovente
      La prudenza e il timor. Se penso e taccio,
      Taccio e penso a ragion. Tutto ha sconvolto
      Di Cesare il furor. Per lui Farsaglia
      È di sangue civil tepida ancora;
      Per lui più non si adora
      Roma, il Senato, al di cui cenno un giorno
      Tremava il Parto, impallidia lo Scita;
      Da barbara ferita
      Per lui su gli occhi al traditor d'Egitto
      Cadde Pompeo trafitto; e solo in queste
      D'Utica anguste mura,
      Mal sicuro riparo
      Trova alla sua ruina
      La fuggitiva libertà latina.
      Cesare abbiamo a fronte,
      Che d'assedio ne stringe: i nostri armati
      Pochi sono e mal fidi. In me ripone
      La speme, che le avanza,
      Roma, che geme al suo tiranno in braccio;:
      E chiedete ragion s'io penso e taccio?

Marzia - Ma non viene a momenti
      Cesare a te?

Arbace - Di favellarti ei chiede:
      Dunque pace vorrà.

Catone - Sperate in vano
      Che abbandoni una volta
      Il desio di regnar. Troppo gli costa,
      Per deporlo in un punto.

Marzia - Chi sa? figlio è di Roma
      Cesare ancor.

Catone - Ma un dispietato figlio,
      Che serva la desia; ma un figlio ingrato,
      Che, per domarla appieno,
      Non sente orror nel lacerarle il seno.

Arbace - Tutta Roma non vinse
      Cesare ancora. A superar gli resta
      Il riparo più forte al suo furore.

Catone - E che gli resta mai?

Arbace - Resta il tuo core.
      Forse più timoroso
      Verrà dinanzi al tuo severo ciglio
      Che all'Asia tutta ed all'Europa armata:
      E, se dal tuo consiglio
      Regolati saranno, ultima speme
      Non sono i miei Numidi. Hanno altre volte
      Sotto duce minor saputo anch'essi
      All'aquile latine in questo suolo
      Mostrar la fronte e trattenere il volo.

Catone - M'è noto; e il più nascondi
      Tacendo il tuo valor, l'anima grande,
      A cui, fuor che la sorte
      D'esser figlia di Roma, altro non manca.

Arbace - Deh, tu, signor, correggi
      Questa colpa non mia. La tua virtude
      Nel sen di Marzia io da gran tempo adoro.
      Nuovo legame aggiungi
      Alla nostra amistà; soffri ch'io porga
      Di sposo a lei la mano:
      Non mi sdegni la figlia, e son romano.

Marzia - Come! Allor che paventa
      La nostra libertà l'ultimo fato,
      Che a' nostri danni armato
      Arde il mondo di bellici furori,
      Parla Arbace di nozze e chiede amori?

Catone - Deggion le nozze, o figlia,
      Più al pubblico riposo
      Che alla scelta servir del genio altrui.
      Con tal cambio d'affetti
      Si meschiano le cure. Ognun difende
      Parte di sé nell'altro; onde, muniti
      Di nodo sì tenace,
      Crescon gl'imperi e stanno i regni in pace.

Arbace - Felice me, se approva
      Al par di te con men turbate ciglia
      Marzia gli affetti miei!

Catone - Marzia è mia figlia.

Marzia - Perché tua figlia io sono e son romana,
      Custodisco gelosa
      Le ragioni, il decoro
      Della patria e del sangue. E tu vorrai
      Che la tua prole istessa, una che nacque
      Cittadina di Roma e fu nudrita
      All'aura trionfal del Campidoglio,
      Scenda al nodo d'un re?

Arbace - (Che bell'orgoglio!)

Catone - Come cangia la sorte,
      Si cangiano i costumi. In ogni tempo
      Tanto fasto non giova: e a te non lice
      Esaminar la volontà del padre.
      Principe, non temer: fra poco avrai
      Marzia tua sposa. In queste braccia intanto (Catone abbraccia Arbace)
      Del mio paterno amore
      Prendi il pegno primiero, e ti rammenta
      Ch'oggi Roma è tua patria. Il tuo dovere,
      Or che romano sei
      È di salvarla o di cader con lei.
      
      Con sì bel nome in fronte,
      Combatterai più forte;
      Rispetterà la sorte
      Di Roma un figlio in te.
      Libero vivi; e, quando
      Tel nieghi il fato ancora,
      Almen come si mora
      Apprenderai da me. (parte)



SCENA II

Marzia ed Arbace.

Arbace - Poveri affetti miei,
      Se non sanno impetrar dal tuo bel core
      Pietà, se non amore.

Marzia - M'ami, Arbace?

Arbace - Se t'amo! E così poco
      Si spiegano i miei sguardi,
      Che, se il labbro nol dice, ancor nol sai?

Marzia - Ma qual prova fin ora
      Ebbi dell'amor tuo?

Arbace - Nulla chiedesti.

Marzia - E s'io chiedessi, o prence,
      Questa prova or da te?

Arbace - Fuor che lasciarti,
      Tutto farò.

Marzia - Già sai
      Qual di eseguir necessità ti stringa,
      Se mi sproni a parlar.

Arbace - Parla: ne brami
      Sicurezza maggior? Su la mia fede,
      Sul mio onor t'assicuro,
      Il giuro ai numi, a que' begli occhi il giuro.
      Che mai chieder mi puoi? La vita? il soglio?
      Imponi, eseguirò.

Marzia - Tanto non voglio.
      Bramo che in questo giorno
      Non si parli di nozze: a tua richiesta
      Il padre vi acconsenta;
      Non sappia ch'io l'imposi, e son contenta.

Arbace - Perché voler ch'io stesso
      La mia felicità tanto allontani?

Marzia - Il merto di ubbidir perde chi chiede
      La ragion del comando.

Arbace - Ah so ben io
      Qual ne sia la cagion. Cesare ancora
      È la tua fiamma. All'amor mio perdona
      Un libero parlar. So che l'amasti;
      Oggi in Utica ei viene; oggi ti spiace
      Che si parli di nozze; i miei sponsali
      Oggi ricusi al genitore in faccia:
      E vuoi da me ch'io t'ubbidisca e taccia?

Marzia - Forse i sospetti tuoi
      Dileguare io potrei, ma tanto ancora
      Non deggio a te. Servi al mio cenno, e pensa
      A quanto promettesti, a quanto imposi.

Arbace - Ma poi quegli occhi amati
      Mi saranno pietosi o pur sdegnati?
      

Marzia - Non ti minaccio sdegno,
      Non ti prometto amor.
      Dammi di fede un pegno,
      Fidati del mio cor:
      Vedrò se m'ami.
      E di premiarti poi
      Resti la cura a me:
      Né domandar mercé,
      Se pur la brami. (parte)



SCENA III

Arbace.

Arbace - Che giurai! Che promisi! A qual comando
      Ubbidir mi conviene! E chi mai vide
      Più misero di me? La mia tiranna
      Quasi su gli occhi miei si vanta infida,
      Ed io l'armi le porgo onde m'uccida.
      
      Che legge spietata,
      Che sorte crudele
      D'un'alma piagata,
      D'un core fedele,
      Servire, soffrire,
      Tacere e penar!
      Se poi l'infelice
      Domanda mercede,
      Si sprezza, si dice
      Che troppo richiede,
      Che impari ad amar. (parte)



SCENA IV

Parte interna delle mura di Utica, con porta della città in prospetto, chiusa da un ponte che poi si abbassa.

Catone, poi Cesare e Fulvio.

Catone - Dunque Cesare venga. Io non intendo
      Qual cagion lo conduca. È inganno? è tema?
      No, d'un romano in petto
      Non giunge a tanto ambizion d'impero
      Che dia ricetto a così vil pensiero.
      (Cala il ponte, e si vede venir Cesare e Fulvio)

Cesare - Con cento squadre e cento,
      A mia difesa armate, in campo aperto
      Non mi presento a te. Senz'armi e solo,
      Sicuro di tua fede,
      Fra le mura nemiche io porto il piede.
      Tanto Cesare onora
      La virtù di Catone, emulo ancora.

Catone - Mi conosci abbastanza, onde in fidarti
      Nulla più del dovere a me rendesti.
      Di che temer potresti?
      In Egitto non sei. Qui delle genti
      Si serba ancor l'universal ragione;
      Né vi son Tolomei dov'è Catone.

Cesare - È ver: noto mi sei. Già il tuo gran nome
      Fin da' prim'anni a venerare appresi:
      In cento bocche intesi
      Della patria chiamarti
      Padre e sostegno e delle antiche leggi
      Rigido difensor. Fu poi la sorte
      Prodiga all'armi mie del suo favore;
      Ma l'acquisto maggiore,
      Per cui contento ogni altro acquisto io cedo,
      È l'amicizia tua: questa ti chiedo.

Fulvio - E il Senato la chiede: a voi m'invia
      Nuncio del suo volere. È tempo ormai
      Che dai privati sdegni
      La combattuta patria abbia riposo.
      Scema d'abitatori
      È già l'Italia afflitta: alle campagne
      Già mancano i cultori;
      Manca il ferro agli aratri: in uso d'armi
      Tutto il furor converte; e, mentre Roma
      Con le sue mani il proprio sen divide,
      Gode l'Asia incostante, Africa ride.

Catone - Chi vuol Catone amico,
      Facilmente l'avrà: sia fido a Roma.

Cesare - Chi più fido di me? Spargo per lei
      Il sudor da gran tempo e il sangue mio.
      Son io quegli, son io, che su gli alpestri
      Gioghi del Tauro, ov'è più al ciel vicino,
      Di Marte e di Quirino
      Fe' risonar la prima volta il nome.
      Il gelido Britanno
      Per me le ignote ancora
      Romane insegne a venerare apprese.
      E dal clima remoto
      Se venni poi...

Catone - Già tutto il resto è noto.
      Di tue famose imprese
      Godiamo i frutti, e in ogni parte abbiamo
      Pegni dell'amor tuo. Dunque mi credi
      Mal accorto così, ch'io non ravvisi
      Velato di virtude il tuo disegno?
      So che il desio di regno,
      Che il tirannico genio, onde infelici
      Tanti hai reso fin qui...

Fulvio - Signor, che dici?
      Di ricomporre i disuniti affetti
      Non son queste le vie: di pace io venni,
      Non di risse ministro.

Catone - E ben, si parli.
      (Udiam che dir potrà).

Fulvio - (Tanta virtude
      Troppo acerbo lo rende). (a Cesare)

Cesare - (Io l'ammiro però, se ben m'offende). (a Fulvio)
      Pende il mondo diviso
      Dal tuo, dal cenno mio: sol che la nostra
      Amicizia si stringa, il tutto è in pace.
      Se del sangue latino
      Qualche pietà pur senti, i sensi miei
      Placido ascolterai.



SCENA V

Emilia, e detti.

Emilia - Che veggio, oh Dei!
      Questo è dunque l'asilo
      Ch'io sperai da Catone? Un luogo istesso
      La sventurata accoglie
      Vedova di Pompeo col suo nemico!
      Ove son le promesse? (a Catone)
      Ove la mia vendetta?
      Così sveni il tiranno?
      Così d'Emilia il difensor tu sei?
      Fin di pace si parla in faccia a lei?

Fulvio - (In mezzo alle sventure
      È bella ancor).

Catone - Tanto trasporto, Emilia,
      Perdono al tuo dolor. Quando l'oblio
      Delle private offese
      Util si rende al comun bene, è giusto.

Emilia - Qual utile, qual fede
      Sperar si può dall'oppressor di Roma?

Cesare - A Cesare oppressor? Chi l'ombra errante
      Con la funebre pompa
      Placò del gran Pompeo? Forse ti tolsi
      Armi, navi e compagni? A te non resi
      E libertade e vita?

Emilia - Io non la chiesi;
      Ma, già che vivo ancor, saprò valermi
      Contro te del tuo don. Fin che non vegga
      La tua testa recisa, e terre e mari
      Scorrerò disperata; in ogni parte
      Lascerò le mie furie; e tanta guerra
      Contro ti desterò, che non rimanga
      Più nel mondo per te sicura sede.
      Sai che già tel promisi: io serbo fede.

Catone - Modera il tuo furor.

Cesare - Se tanto ancora
      Sei sdegnata con me, sei troppo ingiusta.

Emilia - Ingiusta! E tu non sei
      La cagion de' miei mali? Il mio consorte
      Tua vittima non fu? Forse presente
      Non ero allor che dalla nave ei scese
      Sul picciolo del Nilo infido legno?
      Io con quest'occhi, io vidi
      Splender l'infame acciaro
      Che il sen gli aperse, e impetuoso il sangue
      Macchiar fuggendo al traditore il volto.
      Fra' barbari omicidi
      Non mi gittai; ché questo ancor mi tolse
      L'onda frapposta e la pietade altrui;
      Né v'era (il credo appena),
      Di tanto già seguace mondo, un solo
      Che potesse a Pompeo chiuder le ciglia:
      Tanto invidian gli dèi chi lor somiglia!

Fulvio - (Pietà mi desta).

Cesare - Io non ho parte alcuna
      Di Tolomeo nell'empietade. Assai
      La vendetta ch'io presi è manifesta;
      E sa il Ciel, tu lo sai,
      S'io piansi allor su l'onorata testa.

Catone - Ma chi sa se piangesti
      Per gioia o per dolor? La gioia ancora
      Ha le lagrime sue.

Cesare - Pompeo felice!
      Invidio il tuo morir se fu bastante
      A farti meritar Catone amico.

Emilia - Di sì nobile invidia,
      No, capace non sei, tu che potesti
      Contro la patria tua rivolger l'armi.

Fulvio - Signor, questo non parmi
      Tempo opportuno a favellar di pace.
      Chiede l'affar più solitaria parte
      E mente più serena.

Catone - Al mio soggiorno
      Dunque in breve io vi attendo. E tu frattanto
      Pensa, Emilia, che tutto
      Lasciar l'affanno in libertà non déi,
      Giacché ti fe' la sorte
      Figlia a Scipione ed a Pompeo consorte.
      
      Si sgomenti alle sue pene
      Il pensier di donna imbelle,
      Che vil sangue ha nelle vene,
      Che non vanta un nobil cor.
      Se lo sdegno delle stelle
      Tollerar meglio non sai,
      Arrossir troppo farai
      E lo sposo e il genitor. (parte)



SCENA VI

Cesare, Emilia, Fulvio.

Cesare - Tu taci, Emilia? In quel silenzio io spero
      Un principio di calma.

Emilia - T'inganni: allor ch'io taccio,
      Medito le vendette.

Fulvio - E non ti plachi
      D'un vincitor sì generoso a fronte?

Emilia - Io placarmi! Anzi sempre in faccia a lui,
      Se fosse ancor di mille squadre cinto,
      Dirò che l'odio e che lo voglio estinto.
      

Cesare - Nell'ardire che il seno ti accende,
      Così bello lo sdegno si rende,
      Che in un punto mi desti nel petto
      Meraviglia, rispetto e pietà.
      Tu m'insegni con quanta costanza
      Si contrasti alla sorte inumana,
      E che sono ad un'alma romana
      Nomi ignoti timore e viltà. (parte)



SCENA VII

Emilia e Fulvio.

Emilia - Quanto da te diverso
      Io ti riveggo, o Fulvio! E chi ti rese
      Di Cesare seguace, a me nemico?

Fulvio - Allor ch'io servo a Roma,
      Non son nemico a te. Troppo ho nell'alma
      De' pregi tuoi la bella immago impressa:
      E s'io men di rispetto
      Avessi al tuo dolor, direi che ancora
      Emilia m'innamora;
      Che adesso ardo per lei, qual arsi pria
      Che la sventura mia
      A Pompeo la donasse; e le direi
      Che è bella anche nel duolo agli occhi miei.

Emilia - Mal si accordano insieme
      Di Cesare l'amico
      E l'amante d'Emilia. O lui difendi,
      O vendica il mio sposo: a questo prezzo
      Ti permetto che m'ami.

Fulvio - (Ah che mi chiede!
      Si lusinghi).

Emilia - Che pensi?

Fulvio - Penso che non dovresti
      Dubitar di mia fé.

Emilia - Dunque sarai
      Ministro del mio sdegno?

Fulvio - Un tuo comando
      Prova ne faccia.

Emilia - Io voglio
      Cesare estinto. Or posso
      Di te fidarmi?

Fulvio - Ogni altra man sarebbe
      Men fida della mia.

Emilia - Questo per ora
      Da te mi basta. Inosservati altrove
      I mezzi a vendicarmi
      Sceglier potremo.

Fulvio - Intanto
      Potrò spiegarti almeno
      Tutti gli affetti miei.

Emilia - Non è ancor tempo
      Che tu parli d'amore e ch'io t'ascolti:
      Pria s'adempia il disegno, e allor più lieta
      Forse ti ascolterò. Qual mai può darti
      Speranza un'infelice,
      Cinta di bruno ammanto,
      Con l'odio in petto e su le ciglia il pianto?
      

Fulvio - Piangendo ancora
      Rinascer suole
      La bella aurora
      Nunzia del sole;
      E pur conduce
      Sereno il dì.
      Tal fra le lagrime,
      Fatta serena,
      Può da quest'anima
      Fugar la pena
      La cara luce
      Che m'invaghì. (parte)



SCENA VIII

Emilia.

Emilia - Se gli altrui folli amori ascolto e soffro,
      E s'io respiro ancor dopo il tuo fato,
      Perdona, o sposo amato,
      Perdona: a vendicarmi
      Non mi restano altr'armi. A te gli affetti
      Tutti donai, per te li serbo; e, quando
      Termini il viver mio, saranno ancora
      Al primo nodo avvinti,
      Se è ver ch'oltre la tomba aman gli estinti.
      
      O nel sen di qualche stella,
      O sul margine di Lete
      Se mi attendi, anima bella,
      Non sdegnarti, anch'io verrò.
      Sì, verrò; ma voglio pria
      Che preceda all'ombra mia
      L'ombra rea di quel tiranno,
      Che a tuo danno il mondo armò. (parte)



SCENA IX

Fabbriche in parte rovinate vicino al soggiorno di Catone.

Cesare e Fulvio.

Cesare - Giunse dunque a tentarti
      D'infedeltade Emilia? E tanto spera
      Dall'amor tuo?

Fulvio - Sì; ma, per quanto io l'ami,
      Amo più la mia gloria.
      Infido a te mi finsi
      Per sicurezza tua. Così palesi
      Saranno i suoi disegni.

Cesare - A Fulvio amico
      Tutto fido me stesso. Or, mentre io vado
      Il campo a riveder, qui resta, e siegui
      Il suo core a scoprir.

Fulvio - Tu parti?

Cesare - Io deggio
      Prevenire i tumulti,
      Che la tardanza mia destar potrebbe.

Fulvio - E Catone?

Cesare - A lui vanne, e l'assicura
      Che, pria che giunga a mezzo corso il giorno
      A lui farò ritorno.

Fulvio - Andrò, ma veggo
      Marzia che viene.

Cesare - In libertà mi lascia
      Un momento con lei: fin ora in vano
      La ricercai. T'è noto...

Fulvio - Io so che l'ami;
      So che t'adora anch'ella; e so per prova
      Qual piacer si ritrova
      Dopo lunga stagion nel dolce istante
      Che rivede il suo bene un fido amante. (parte)



SCENA X

Marzia e Cesare.

Cesare - Pur ti riveggo, o Marzia. Agli occhi miei
      Appena il credo, e temo
      Che, per costume a figurarti avvezzo,
      Mi lusinghi il pensiero. Oh, quante volte,
      Fra l'armi e le vicende, in cui m'avvolse
      L'incostante fortuna, a te pensai!
      E tu spargesti mai
      Un sospiro per me? Rammenti ancora
      La nostra fiamma? Al par di tua bellezza
      Crebbe il tuo amore o pur scemò? Qual parte
      Hanno gli affetti miei
      Negli affetti di Marzia?

Marzia - E tu chi sei?

Cesare - Chi sono! E qual richiesta! È scherzo? È sogno?
      Così tu di pensiero,
      O così di sembianza io mi cangiai?
      Non mi ravvisi?

Marzia - Io non ti vidi mai.

Cesare - Cesare non vedesti?
      Cesare non ravvisi?
      Quello che tanto amasti,
      Quello a cui tu giurasti,
      Per volger d'anni o per destin rubello,
      Di non essergli infida?

Marzia - E tu sei quello?
      No, tu quello non sei; ne usurpi il nome.
      Un Cesare adorai, nol niego; ed era
      Della patria il sostegno,
      L'onor del Campidoglio,
      Il terror de' nemici,
      La delizia di Roma,
      Del mondo intier dolce speranza e mia:
      Questo Cesare amai, questo mi piacque,
      Pria che l'avesse il Ciel da me diviso:
      Questo Cesare torni, e lo ravviso.

Cesare - Sempre l'istesso io sono; e, se al tuo sguardo
      Più non sembro l'istesso, o pria l'amore,
      O t'inganna or lo sdegno. All'armi, all'ire
      Mi spinse a mio dispetto,
      Più che la scelta mia, l'invidia altrui.
      Combattei per difesa. A te dovevo
      Conservar questa vita; e, se pugnando
      Scorsi poi vincitor di regno in regno,
      Sperai farmi così di te più degno.

Marzia - Molto ti deggio in ver. Se ingiusta offesi
      Il tuo cor generoso, a me perdona.
      Io, semplice, fin ora
      Sempre credei che si facesse guerra
      Solamente a' nemici, e non spiegai
      Come pegni amorosi i tuoi furori;
      Ma in avvenir l'affetto
      D'un grand'eroe, che viva innamorato,
      Conoscerò così. Barbaro, ingrato!

Cesare - Che far di più dovrei? Supplice io stesso
      Vengo a chiedervi pace,
      Quando potrei... Tu sai…

Marzia - So che con l'armi
      Però la chiedi.

Cesare - E disarmato all'ira
      De' nemici ho da espormi?

Marzia - Eh di' che il solo
      Impaccio al tuo disegno è il padre mio:
      Di' che lo brami estinto e che non soffri,
      Nel mondo che vincesti,
      Che sol Catone a soggiogar ti resti.

Cesare - Or m'ascolta e perdona
      Un sincero parlar. Quanto me stesso
      Io t'amo, è ver; ma la beltà del volto
      Non fu che mi legò: Catone adoro
      Nel sen di Marzia; il tuo bel core ammiro
      Come parte del suo: qua più mi trasse
      L'amicizia per lui che il nostro amore:
      E se (lascia ch'io possa
      Dirti ancor più) se m'imponesse un nume
      Di perdere un di voi, morir d'affanno
      Nella scelta potrei;
      Ma Catone e non Marzia io salverei.

Marzia - Ecco il Cesare mio. Comincio adesso
      A ravvisarlo in te. Così mi piaci,
      Così m'innamorasti. Ama Catone:
      Io non ne son gelosa. Un tal rivale
      Se divide il tuo core,
      Più degno sei ch'io ti conservi amore.

Cesare - Quest'è troppa vittoria. Ah, mal da tanta
      Generosa virtude io mi difendo.
      Ti rassicura: io penso
      Al tuo riposo; e, pria che cada il giorno,
      Dall'opre mie vedrai
      Che son Cesare ancora e che t'amai.
      
      Chi un dolce amor condanna,
      Vegga la mia nemica;
      L'ascolti e poi mi dica
      Se è debolezza amor.
      Quando da sì bel fonte
      Derivano gli affetti,
      Vi son gli eroi soggetti,
      Amano i numi ancor. (parte)



SCENA XI

Marzia, poi Catone.

Marzia - Mie perdute speranze,
      Rinascer tutte entro il mio sen vi sento.
      Chi sa? Gran parte ancora
      Resta di questo dì. Placato il padre,
      Se all'amistà di Cesare si appiglia,
      Non mi avrà forse Arbace.

Catone - Andiamo, o figlia.

Marzia - Dove?

Catone - Al tempio, alle nozze
      Del principe numida.

Marzia - (Oh dèi!) Ma come
      Sollecito così?

Catone - Non soffre indugio
      La nostra sorte.

Marzia - (Arbace infido!) All'ara
      Forse il prence non giunse.

Catone - Un mio fedele
      Già corse ad affrettarlo. (in atto di partire)

Marzia - (Ah, che tormento!)



SCENA XII

Arbace, e detti.

Arbace - Deh! t'arresta, o signor.

Marzia - (piano ad Arbace) (Sarai contento).

Catone - Vieni, o principe: andiamo
      A compir l'imeneo. Potea più pronto
      Donar quanto promisi?

Arbace - A sì gran dono
      È poco il sangue mio; ma, se pur vuoi
      Che si renda più grato, all'altra aurora
      Differirlo ti piaccia. Oggi si tratta
      Grave affar co' nemici, e il nuovo giorno
      Tutto al piacer può consacrarsi intero.

Catone - No; già fumano l'are,
      Son raccolti i ministri, ed importuna
      Sarebbe ogni dimora.

Arbace - (Marzia, che deggio far?) (piano a Marzia)

Marzia - (piano ad Arbace) (Mel chiedi ancora?)

Arbace - Il più, signor, concedi,
      E mi contendi il meno?

Catone - E tanto importa
      A te l'indugio?

Arbace - Oh Dio!... Non sai... (Che pena!)

Catone - Ma qual freddezza è questa? Io non l'intendo.
      Fosse Marzia l'audace,
      Che si oppone a' tuoi voti? (ad Arbace)

Marzia - Io! Parli Arbace.

Arbace - No, son io che ti prego.

Catone - Ah! qualche arcano
      Qui si nasconde. (Ei chiede... (da sé)
      Poi ricusa la figlia... Il giorno istesso
      Che vien Cesare a noi, tanto si cangia...
      Sì lento... Sì confuso... Io temo..) Arbace,
      Non ti sarebbe già tornato in mente
      Che nascesti africano?

Arbace - Io da Catone
      Tutto sopporto, e pure...

Catone - E pure assai diverso
      Io ti credea.

Arbace - Vedrai...

Catone - Vidi abbastanza,
      E nulla ormai più da veder m'avanza. (parte)

Arbace - Brami di più, crudele? Ecco adempito
      Il tuo comando, ecco in sospetto il padre,
      Ed eccomi infelice. Altro vi resta
      Per appagarti?

Marzia - Ad ubbidirmi, Arbace,
      Incominciasti appena, e in faccia mia
      Già ne fai sì gran pompa?

Arbace - Oh tirannia!



SCENA XIII

Emilia, e detti.

Emilia - In mezzo al mio dolore, a parte anch'io
      Son de' vostri contenti, illustri sposi.
      Ecco, acquista in Arbace
      Il suo vindice Roma; e cresceranno
      Generosi nemici al mio tiranno.

Arbace - Riserba ad altro tempo
      Gli augùri, Emilia: è ancor sospeso il nodo.

Emilia - Si cangiò di pensiero
      Catone o Marzia?

Arbace - Eh! non ha Marzia un core
      Tanto crudele: ella per me sospira
      Tutta costanza e fede:
      Dai guardi suoi, dal suo parlar si vede.

Emilia - Dunque il padre mancò.

Arbace - Né pur.

Emilia - Chi è mai
      Cagion di tanto indugio?

Marzia - Arbace il chiede.

Emilia - Tu, prence?

Arbace - Io, sì.

Emilia - Perché?

Arbace - Perché desio
      Maggior prova d'amor; perché ho diletto
      Di vederla penare.

Emilia - E Marzia il soffre?

Marzia - Che posso far? Di chi ben ama è questa
      La dura legge.

Emilia - Io non l'intendo, e parmi
      Il vostro amore inusitato e nuovo.

Arbace - Anch'io poco l'intendo, e pur lo provo.
      
      È in ogni core
      Diverso amore:
      Chi pena ed ama
      Senza speranza;
      Dell'incostanza
      Chi si compiace;
      Questo vuol guerra,
      Quello vuol pace;
      V'è fin chi brama
      La crudeltà.
      Fra questi miseri
      Se vivo anch'io,
      Ah, non deridere
      L'affanno mio,
      Ché forse merito
      La tua pietà! (parte)



SCENA XIV

Marzia ed Emilia.

Emilia - Se manca Arbace alla promessa fede,
      È Cesare l'indegno
      Che l'ha sedotto.

Marzia - I tuoi sospetti affrena:
      È Cesare incapace
      Di cotanta viltà, benché nemico.

Emilia - Tu nol conosci; è un empio: ogni delitto,
      Pur che giovi a regnar, virtù gli sembra.

Marzia - E pur sì fidi e numerosi amici
      Adorano il suo nome.

Emilia - È de' malvagi
      Il numero maggior. Gli unisce insieme
      Delle colpe il commercio; indi a vicenda
      Si soffrono tra loro: e i buoni anch'essi
      Si fan rei coll'esempio, o sono oppressi.

Marzia - Queste massime, Emilia,
      Lasciam per ora, e favelliam fra noi.
      Dimmi: non prese l'armi
      Lo sposo tuo per gelosia d'impero?
      E a te, palesa il vero,
      Questa idea di regnar forse dispiacque?
      Se era Cesare il vinto,
      L'ingiusto era Pompeo. La sorte accusa.
      È grande il colpo, il veggio anch'io; ma al fine
      Non è reo d'altro errore
      Che d'esser più felice il vincitore.

Emilia - E ragioni così? Che più diresti
      Cesare amando? Ah! ch'io ne temo, e parmi
      Che il tuo parlar lo dica.

Marzia - E puoi creder che l'ami una nemica?
      

Emilia - Un certo non so che
      Veggo negli occhi tuoi:
      Tu vuoi che amor non sia;
      Sdegno però non è.
      Se fosse amor, l'affetto
      Estingui o cela in petto;
      L'amar così saria
      Troppo delitto in te. (parte)



SCENA XV

Marzia.

Marzia - Ah, troppo dissi, e quasi tutto Emilia
      Comprese l'amor mio. Ma chi può mai
      Sì ben dissimular gli affetti sui,
      Che gli asconda per sempre agli occhi altrui?
      
      È follia se nascondete,
      Fidi amanti, il vostro foco;
      A scoprir quel che tacete
      Un pallor basta improvviso,
      Un rossor che accenda il viso,
      Uno sguardo ed un sospir.
      E se basta così poco
      A scoprir quel che si tace,
      Perché perder la sua pace
      Con ascondere il martìr? (parte)


FINE DELL'ATTO PRIMO




ATTO SECONDO

SCENA I

Alloggiamenti militari sulle rive del fiume Bagrada, con varie isole che comunicano fra loro per diversi ponti.

Catone con seguito, poi Marzia, indi Arbace.

Catone - Romani, il vostro duce,
      Se mai sperò da voi prove di fede,
      Oggi da voi le spera, oggi le chiede.

Marzia - Nelle nuove difese,
      Che la tua cura aggiunge, io veggio, o padre,
      Segni di guerra; e pur sperai vicina
      La sospirata pace.

Catone - In mezzo all'armi
      Non v'è cura che basti. Il solo aspetto
      Di Cesare seduce i miei più fidi.

Arbace - Signor, già de' Numidi
      Giunser le schiere: eccoti un nuovo pegno
      Della mia fedeltà.

Catone - Non basta, Arbace,
      Per togliermi i sospetti.

Arbace - Oh dèi! Tu credi...

Catone - Sì, poca fede in te. Perché mi taci
      Chi a differir t'induca
      Il richiesto imeneo? Perché ti cangi
      Quando Cesare arriva?

Arbace - Ah, Marzia, al padre
      Ricorda la mia fé. Vedi a qual segno
      Giunge la mia sventura.

Marzia - E qual soccorso
      Darti poss'io?

Arbace - Tu mi consiglia almeno.

Marzia - Consiglio a me si chiede?
      Servi al dovere e non mancar di fede.

Arbace - (Che crudeltà!)

Catone - (ad Arbace) Già il suo consiglio udisti.
      Or che risolvi?

Arbace - Ah! se fui degno mai
      Dell'amor tuo, soffri l'indugio. Io giuro
      Per quanto ho di più caro,
      Ch'è l'onor mio, ch'io ti sarò fedele.
      Il domandarti al fine
      Che l'imeneo nel nuovo dì succeda,
      Sì gran colpa non è.

Catone - Via, si conceda:
      Ma dentro a queste mura,
      Fin che sposo di lei te non rimiro,
      Cesare non ritorni.

Marzia - (Oh dèi!)

Arbace - (Respiro).

Marzia - Ma questo a noi che giova? (a Catone)

Catone - In simil guisa
      D'entrambi io m'assicuro. Impegna Arbace
      Con obbligo maggior la propria fede:
      E Cesare, se il vede
      Più stretto a noi, non può di lui fidarsi.

Marzia - E dovrà dilungarsi
      Per sì lieve cagione affar sì grande?

Arbace - Marzia, sia con tua pace,
      Ti opponi a torto. Al tuo riposo e al mio
      Saggiamente ei provvide.

Marzia - E tu sì franco
      Soffri che a tuo riguardo
      Un rimedio si scelga, anche dannoso
      Forse alla pace altrui? Né ti sovviene
      A chi manchi, se vanno
      Le speranze di tanti in abbandono?

Arbace - Servo al dovere, e mancator non sono.

Catone - Marzia, t'accheta. Al nuovo giorno, o prence,
      Sieguan le nozze, io tel consento: intanto
      Ad impedir di Cesare il ritorno
      Mi porto in questo punto.

Marzia - (Dèi! che farò?)



SCENA II

Fulvio, e detti.

Fulvio - Signor, Cesare è giunto.

Marzia - (Torno a sperar).

Catone - Dov'è?

Fulvio - D'Utica appena
      Entrò le mura.

Arbace - (Io son di nuovo in pena).

Catone - Vanne, Fulvio: al suo campo
      Digli che rieda. In questo dì non voglio
      Trattar di pace.

Fulvio - E perché mai?

Catone - Non rendo
      Ragione altrui dell'opre mie.

Fulvio - Ma questo,
      In ogni altro che in te, mancar saria
      Alla pubblica fede.

Catone - Mancò Cesare prima. Al suo ritorno
      L'ora prefissa è scorsa.

Fulvio - E tanto esatto
      I momenti misuri?

Catone - Altre cagioni
      Vi sono ancora.

Fulvio - E qual cagion? Due volte
      Cesare in un sol giorno a te sen viene,
      E due volte è deluso.
      Qual disprezzo è mai questo? Al fin dal volgo
      Non si distingue Cesare sì poco,
      Che sia lecito altrui prenderlo a gioco.

Catone - Fulvio, ammiro il tuo zelo: in vero è grande.
      Ma un buon roman si accenderebbe meno
      A favor d'un tiranno.

Fulvio - Un buon romano
      Difende il giusto; un buon roman si adopra
      Per la pubblica pace, e voi dovreste
      Mostrarvi a me più grati. A voi la pace
      Più che ad altri bisogna.

Catone - Ove son io,
      Pria della pace, e dell'istessa vita,
      Si cerca libertà.

Fulvio - Chi a voi la toglie?

Catone - Non più. Da queste soglie
      Cesare parta. Io farò noto a lui
      Quando giovi ascoltarlo.

Fulvio - In van lo speri.
      Sì gran torto non soffro.

Catone - E che farai?

Fulvio - Il mio dover.

Catone - Ma tu chi sei?

Fulvio - Son io
      Il legato di Roma.

Catone - E ben, di Roma
      Parta il legato.

Fulvio - Sì, ma leggi pria
      Che contien questo foglio, e chi l'invia. (Fulvia dà a Catone un foglio)

Arbace - (Marzia, perché sì mesta?)

Marzia - (Eh! non scherzar, ché da sperar mi resta). (Catone apre il foglio e legge)

Catone - Il Senato a Catone. È nostra mente
      Render la pace al mondo. Ognun di noi,
      I consoli, i tribuni, il popol tutto,
      Cesare istesso il dittator la vuole.
      Servi al pubblico voto; e, se ti opponi
      A così giusta brama,
      Suo nemico la patria oggi ti chiama.'

Fulvio - (Che dirà?)

Catone - Perché tanto
      Celarmi il foglio?

Fulvio - Era rispetto.

Marzia - (Arbace,
      Perché mesto così?)

Arbace - (Lasciami in pace).

Catone - È nostra mente!... Il dittator la vuole!... (rileggendo da sé)
      Servi al pubblico voto!...
      Suo nemico la patria!...' E così scrive
      Roma a Catone?

Fulvio - Appunto.

Catone - Io di pensiero
      Dovrò dunque cangiarmi?

Fulvio - Un tal comando
      Improvviso ti giunge.

Catone - È ver. Tu vanne,
      E a Cesare...

Fulvio - Dirò che qui l'attendi;
      Che ormai più non soggiorni.

Catone - No; gli dirai che parta e più non torni.

Fulvio - Ma come!

Marzia - (Oh Ciel!)

Fulvio - Così...

Catone - Così mi cangio;
      Così servo a un tal cenno.

Fulvio - E il foglio...

Catone - È un foglio infame,
      Che concepì, che scrisse
      Non la ragion, ma la viltade altrui.

Fulvio - E il Senato...

Catone - Il Senato
      Non è più quel di pria; di schiavi è fatto
      Un vilissimo gregge.

Fulvio - E Roma...

Catone - E Roma
      Non sta fra quelle mura. Ella è per tutto,
      Dove ancor non è spento
      Di gloria e libertà l'amor natio;
      Son Roma i fidi miei, Roma son io.
      
      Va, ritorna al tuo tiranno,
      Servi pure al tuo sovrano,
      Ma non dir che sei romano,
      Fin che vivi in servitù.
      Se al tuo cor non reca affanno
      D'un vil giogo ancor lo scorno,
      Vergognar faratti un giorno
      Qualche resto di virtù. (parte)



SCENA III

Marzia, Arbace, Fulvio.

Fulvio - A tanto eccesso arriva
      L'orgoglio di Catone!

Marzia - Ah! Fulvio, e ancora
      Non conosci il suo zelo? Ei crede...

Fulvio - Ei creda
      Pur ciò che vuol. Conoscerà fra poco
      Se di romano il nome
      Degnamente conservo,
      E se a Cesare sono amico o servo. (parte)

Arbace - Marzia, posso una volta
      Sperar pietà?

Marzia - Dagli occhi miei t'invola;
      Non aggiungermi affanni
      Colla presenza tua.

Arbace - Dunque il servirti
      È demerito in me? Così geloso
      Eseguisco e nascondo un tuo comando;
      E tu...

Marzia - Ma fino a quando
      La noia ho da soffrir di questi tuoi
      Rimproveri importuni? Io ti disciolgo
      D'ogni promessa; in libertà ti pongo
      Di far quanto a te piace.
      Di' ciò che vuoi, pur che mi lasci in pace.

Arbace - E acconsenti ch'io possa
      Libero favellar?

Marzia - Tutto acconsento,
      Pur che le tue querele
      Più non abbia a soffrir.

Arbace - Marzia crudele!

Marzia - Chi a tollerar ti sforza
      Questa mia crudeltà? Di che ti lagni?
      Perché non cerchi altrove
      Chi pietosa t'accolga? Io tel consiglio.
      Vanne; il tuo merto è grande, e mille in seno
      Amabili sembianze Africa aduna:
      Contenderanno a gara
      L'acquisto del tuo cor. Di me ti scorda:
      Ti vendica così.

Arbace - Giusto saria;
      Ma chi tutto può far quel che desia?
      
      So che pietà non hai,
      E pur ti deggio amar.
      Dove apprendesti mai
      L'arte d'innamorar,
      Quando m'offendi?
      Se compatir non sai,
      Se amor non vive in te,
      Perché, crudel, perché
      Così m'accendi? (parte)



SCENA IV

Marzia, poi Emilia, indi Cesare.

Marzia - E qual sorte è la mia! Di pena in pena,
      Di timore in timor passo, e non provo
      Un momento di pace.

Emilia - Al fin partito
      È Cesare da noi. So già che in vano
      In difesa di lui
      Marzia e Fulvio sudò; ma giovò poco
      E di Fulvio e di Marzia
      A Cesare il favor. Come sofferse
      Quell'eroe sì gran torto?
      Che disse? Che farà? Tu lo saprai,
      Tu che sei tanto alla sua gloria amica.

Marzia - Ecco Cesare istesso: egli tel dica. (vedendo venir Cesare)

Emilia - Che veggo!

Cesare - A tanto eccesso
      Giunse Catone! E qual dover, qual legge
      Può render mai la sua ferocia doma?
      È il Senato un vil gregge!
      È Cesare un tiranno! Ei solo è Roma!

Emilia - E disse il vero.

Cesare - Ah! questo è troppo. Ei vuole
      Che sian l'armi e la sorte
      Giudici fra di noi? Saranno. Ei brama
      Che al mio campo mi renda?
      Io vo. Di' che m'aspetti e si difenda. (in atto di partire)

Marzia - Deh! ti placa. Il tuo sdegno in parte è giusto,
      Il veggo anch'io; ma il padre
      A ragion dubitò. De' suoi sospetti
      Mi è nota la cagion: tutto saprai.

Emilia - (Numi, che ascolto!)



SCENA V

Fulvio, e detti.

Fulvio - Ormai
      Consolati, signor; la tua fortuna
      Degna è d'invidia. Ad ascoltarti al fine
      Scende Catone. Io di favor sì grande
      La novella ti reco.

Emilia - (Ancor costui
      Mi lusinga e m'inganna).

Cesare - E così presto
      Si cangiò di pensiero?

Fulvio - Anzi il suo pregio
      È l'animo ostinato.
      Ma il popolo adunato,
      I compagni, gli amici, Utica intera,
      Desiosa di pace, a forza ha svelto
      Il consenso da lui. Da' prieghi astretto,
      Non persuaso, ei con sdegnosi accenti
      Aspramente assentì, quasi da lui
      Tu dipendessi e la comun speranza.

Cesare - Che fiero cor! Che indomita costanza!

Emilia - (E tanto ho da soffrir?)

Marzia - (a Cesare) Signor, tu pensi?
      Una privata offesa, ah non seduca
      Il tuo gran cor. Vanne a Catone, e insieme,
      Fatti amici, serbate
      Tanto sangue latino. Al mondo intero
      Del turbato riposo
      Sei debitor. Tu non rispondi? Almeno
      Guardami; io son che priego.

Cesare - Ah! Marzia...

Marzia - Io dunque
      A moverti a pietà non son bastante?

Emilia - (Più dubitar non posso: è Marzia amante).

Fulvio - Eh, che non è più tempo
      Che si parli di pace. A vendicarci
      Andiam coll'armi: il rimaner che giova?

Cesare - No: facciam del suo cor l'ultima prova.

Fulvio - Come!

Marzia - (Respiro).

Emilia - Or vanta,
      Vile che sei, quel tuo gran cor. Ritorna
      Supplice a chi t'offende, e fingi a noi
      Che è rispetto il timor.

Cesare - Chi può gli oltraggi
      Vendicar con un cenno, e si raffrena,
      Vile non è, Marzia, di nuovo al padre
      Vuo' chieder pace, e soffrirò fin tanto
      Ch'io perda di placarlo ogni speranza.
      Ma, se tanto s'avanza
      L'orgoglio in lui che non si pieghi, allora
      Non so dirti a qual segno
      Giunger potrebbe un trattenuto sdegno.
      
      Soffre talor del vento
      I primi insulti il mare,
      Né a cento legni e cento,
      Che van per l'onde chiare,
      Intorbida il sentier.
      Ma poi, se il vento abbonda,
      Il mar s'innalza e freme;
      E, colle navi, affonda
      Tutta la ricca speme
      Dell'avido nocchier. (parte)



SCENA VI

Marzia, Emilia, Fulvio.

Emilia - Lode agli Dei: la fuggitiva speme
      A Marzia in sen già ritornar si vede.

Fulvio - Ne fa sicura fede
      La gioia a noi, che le traspare in volto.

Marzia - Nol niego, Emilia. È stolto
      Chi non sente piacer, quando, placato
      L'altrui genio guerriero,
      Può sperar la sua pace il mondo intero.

Emilia - Nobil pensier, se i pubblici riposi
      Di tutti i voti tuoi sono gli oggetti.
      Ma spesso avvien che questi
      Siano illustri pretesti,
      Ond'altri asconda i suoi privati affetti.

Marzia - Credi ciò che a te piace: io spero intanto:
      E alla speranza mia
      L'alma si fida, e i suoi timori oblia.

Emilia - Or va, di' che non ami. Assai ti accusa
      L'esser credula tanto: è degli amanti
      Questo il costume. Io non m'inganno; e pure
      La tua lusinga è vana,
      E sei da quel che speri assai lontana.
      

Marzia - In che ti offende,
      Se l'alma spera,
      Se amor l'accende,
      Se odiar non sa?
      Perché spietata
      Pur mi vuoi togliere
      Questa sognata
      Felicità?
      Tu dell'amore
      Lascia al cor mio,
      Come al tuo core
      Lascio ancor io
      Tutta dell'odio,
      La libertà. (parte)



SCENA VII

Emilia e Fulvio.

Fulvio - Tu vedi, o bella Emilia,
      Che mia colpa non è, s'oggi di pace
      Si ritorna a parlar.

Emilia - (Fingiamo). Assai
      Fulvio conosco, e quanto oprasti intesi.
      So però con qual zelo
      Porgesti il foglio, e come
      A favor del tiranno
      Ragionasti a Catone. Io di tua fede
      Non sospetto perciò. L'arte ravviso
      Che per giovarmi usasti. Era il tuo fine,
      Cred'io, d'aggiunger foco al loro sdegno.
      Non è così?

Fulvio - Puoi dubitarne?

Emilia - (Indegno!)

Fulvio - Ora che pensi?

Emilia - A vendicarmi.

Fulvio - E come?

Emilia - Meditai, ma non scelsi.

Fulvio - Al braccio mio
      Tu promettesti, il sai, l'onor del colpo.

Emilia - E a chi fidar poss'io
      Meglio la mia vendetta?

Fulvio - Io ti assicuro
      Che mancar non saprò.

Emilia - Vedo che senti
      Delle sventure mie tutto l'affanno.

Fulvio - (Salvo un eroe così).

Emilia - (Così l'inganno).
      Per te spero, e per te solo
      Mi lusingo, mi consolo:
      La tua fé, l'amore io vedo.
      (Ma non credo a un traditor).
      D'appagar lo sdegno mio
      Il desio ti leggo in viso.
      (Ma ravviso infido il cor). (parte)



SCENA VIII

Fulvio.

Fulvio - Oh dèi, tutta se stessa
      A me confida Emilia, ed io l'inganno!
      Ah! perdona, mio bene,
      Questa frode innocente: al tuo nemico
      Io troppo deggio. È in te virtù lo sdegno:
      Sarebbe colpa in me. Per mia sventura,
      Se appago il tuo desio,
      L'amicizia tradisco e l'onor mio.
      
      Nascesti alle pene
      Mio povero core:
      Amar ti conviene
      Chi, tutta rigore,
      Per farti contento
      Ti vuole infedel.
      Di' pur che la sorte
      È troppo severa.
      Ma soffri, ma spera,
      Ma fino alla morte
      In ogni tormento
      Ti serba fedel. (parte)



SCENA IX

Camera con sedie.

Catone e Marzia.

Catone - Si vuole ad onta mia
      Che Cesare s'ascolti!
      L'ascolterò. Ma in faccia
      Agli uomini ed ai numi io mi protesto
      Che da tutti costretto
      Mi riduco a soffrirlo; e, con mio affanno,
      Debole io son per non parer tiranno.

Marzia - Oh, di quante speranze
      Questo giorno è cagion! Da due sì grandi
      Arbitri della terra
      Incerto il mondo e curioso pende;
      E da voi pace o guerra,
      O servitude o libertade attende.

Catone - Inutil cura.

Marzia - (guardando dentro alla scena) Or viene
      Cesare a te.

Catone - Lasciami seco.

Marzia - (Oh dèi,
      Per pietà secondate i voti miei!) (parte)



SCENA X

Cesare e Catone.

Catone - Cesare, a me son troppo
      Preziosi i momenti, e qui non voglio
      Perderli in ascoltarti:
      O stringi tutto in poche note, o parti. (siede)

Cesare - T'appagherò. (Come m'accoglie!) (siede) Il primo
      De' miei desiri è il renderti sicuro
      Che il tuo cor generoso,
      Che la costanza tua...

Catone - Cangia favella,
      Se pur vuoi che t'ascolti. Io so che questa
      Artifiziosa lode è in te fallace;
      E, vera ancor, da' labbri tuoi mi spiace.

Cesare - (Sempre è l'istesso). Ad ogni costo io voglio
      Pace con te. Tu scegli i patti; io sono
      Ad accettarli accinto,
      Come faria col vincitore il vinto
      (Or che dirà?)

Catone - Tanto offerisci?

Cesare - E tanto
      Adempirò, ché dubitar non posso
      D'un'ingiusta richiesta.

Catone - Giustissima sarà. Lascia dell'armi
      L'usurpato comando, il grado eccelso
      Di dittator deponi, e come reo
      Rendi in carcere angusto
      Alla patria ragion de' tuoi misfatti.
      Questi, se pace vuoi, saranno i patti.

Cesare - Ed io dovrei...

Catone - Di rimanere oppresso
      Non dubitar, ché allora
      Sarò tuo difensore.

Cesare - (E soffro ancora!)
      Tu sol non basti. Io so quanti nemici
      Con gli eventi felici
      M'irritò la mia sorte; onde potrei
      I giorni miei sagrificare in vano.

Catone - Ami tanto la vita, e sei romano?
      In più felice etade agli avi nostri
      Non fu cara così. Curzio rammenta,
      Decio rimira a mille squadre a fronte,
      Vedi Scevola all'ara, Orazio al ponte;
      E di Cremera all'acque,
      Di sangue e di sudor bagnati e tinti,
      Trecento Fabi in un sol giorno estinti.

Cesare - Se allor giovò di questi,
      Nuocerebbe alla patria or la mia morte.

Catone - Per qual ragione?

Cesare - È necessario a Roma
      Che un sol comandi.

Catone - È necessario a lei
      Ch'egualmente ciascun comandi e serva.

Cesare - E la pubblica cura
      Tu credi più sicura in mano a tanti,
      Discordi negli affetti e ne' pareri?
      Meglio il voler d'un solo
      Regola sempre altrui. Solo fra' numi
      Giove il tutto dal ciel governa e move.

Catone - Dov'è costui che rassomigli a Giove?
      Io non lo veggo; e, se vi fosse ancora,
      Diverrebbe tiranno in un momento.

Cesare - Chi non ne soffre un sol, ne soffre cento.

Catone - Così parla un nemico
      Della patria e del giusto. Intesi assai:
      Basta così. (s'alza)

Cesare - Ferma, Catone.

Catone - È vano
      Quanto puoi dirmi.

Cesare - Un sol momento aspetta:
      Altre offerte io farò.

Catone - Parla, e t'affretta. (torna a sedere)

Cesare - (Quanto sopporto!) Il combattuto acquisto
      Dell'impero del mondo, il tardo frutto
      De' miei sudori e de' perigli miei,
      Se meco in pace sei,
      Dividerò con te.

Catone - Sì, perché poi
      Diviso ancor fra noi
      Di tante colpe tue fosse il rossore.
      E di viltà Catone,
      Temerario, così tentando vai?
      Posso ascoltar di più!

Cesare - (Son stanco ormai).
      Troppo cieco ti rende
      L'odio per me: meglio rifletti. Io molto
      Fin or t'offersi, e voglio
      Offrirti più. Perché fra noi sicura
      Rimanga l'amistà, darò di sposo
      La destra a Marzia.

Catone - Alla mia figlia?

Cesare - A lei.

Catone - Ah! prima degli dèi
      Piombi sopra di me tutto lo sdegno,
      Ch'io l'infame disegno
      D'opprimer Roma ad approvar m'induca
      Con l'odioso nodo. Ombre onorate
      De' Bruti e de' Virginii, oh come adesso
      Fremerete d'orror! Che audacia, oh numi!
      E Catone l'ascolta?
      E a proposte sì ree... (s'alzano)

Cesare - Taci una volta:
      Hai cimentato assai
      La tolleranza mia. Che più degg'io
      Soffrir da te? Per tuo riguardo il corso
      Trattengo a' miei trionfi: io stesso vengo,
      Dell'onor tuo geloso, a chieder pace;
      De' miei sudati acquisti
      Ti voglio a parte; offro a tua figlia in dono
      Questa man vincitrice; a te cortese,
      Per cento offese e cento
      Rendo segni d'amor: né sei contento?
      Che vorresti, che aspetti,
      Che pretendi da me? Se d'esser credi
      Argine alla fortuna
      Di Cesare tu solo, in van lo speri.
      Han principio dal Ciel tutti gl'imperi.

Catone - Favorevoli agli empi
      Sempre non son gli dèi.

Cesare - Vedrem fra poco
      Colle nostr'armi altrove
      Chi favorisca il Ciel. (in atto di partire)



SCENA XI

Marzia e detti.

Marzia - Cesare, e dove?

Cesare - Al campo

Marzia - Oh Dio! t'arresta.
      (a Catone) Questa è la pace? (a Cesare) È questa
      L'amistà sospirata?

Cesare - Il padre accusa:
      Egli vuol guerra.

Marzia - Ah, genitor!

Catone - T'accheta:
      Di costui non parlar.

Marzia - Cesare...

Cesare - Ho troppo
      Tollerato fin ora.

Marzia - I prieghi d'una figlia... (a Catone)

Catone - Oggi son vani.

Marzia - D'una romana il pianto... (a Cesare)

Cesare - Oggi non giova.

Marzia - Ma qualcuno a pietade almen si mova.

Cesare - Per soverchia pietà quasi con lui
      Vile mi resi. Addio. (in atto di partire)

Marzia - Fermati.

Catone - Eh! lascia
      Che s'involi al mio sguardo.

Marzia - Ah! no, placate
      Ormai l'ire ostinate. Assai di pianto
      Costano i vostri sdegni
      Alle spose latine. Assai di sangue
      Costano gli odii vostri all'infelice
      Popolo di Quirino. Ah, non si veda
      Su l'amico trafitto
      Più incrudelir l'amico! Ah, non trionfi
      Del germano il germano! Ah, più non cada
      Al figlio, che l'uccise, il padre accanto!
      Basti al fin tanto sangue e tanto pianto.

Catone - Non basta a lui.

Cesare - Non basta a me? Se vuoi, (a Catone)
      V'è tempo ancor. Pongo in oblio le offese,
      Le promesse rinnovo,
      L'ire depongo, e la tua scelta attendo.
      Chiedimi guerra o pace:
      Soddisfatto sarai.

Catone - Guerra, guerra mi piace.

Cesare - E guerra avrai.
      
      Se in campo armato
      Vuoi cimentarmi,
      Vieni, ché il fato
      Fra l'ire e l'armi
      La gran contesa
      Deciderà.
      Delle tue lagrime, (a Marzia)
      Del tuo dolore
      Accusa il barbaro
      Tuo genitore;
      Il cor di Cesare
      Colpa non ha. (parte)



SCENA XII

Catone e Marzia, indi Emilia.

Marzia - Ah signor, che facesti? Ecco in periglio
      La tua, la nostra vita.

Catone - Il viver mio
      Non sia tua cura. A te pensai: di padre
      Sento gli affetti. (vedendo venire Emilia) Emilia,
      Non v'è più pace, e fra l'ardor dell'armi
      Mal sicure voi siete; onde alle navi
      Portate il piè. Sai che il german di Marzia
      Di quelle è duce; e in ogni evento avrete
      Pronto lo scampo almen.

Emilia - Qual via sicura
      D'uscir da queste mura
      Cinte d'assedio?

Catone - In solitaria parte,
      D'Iside al fonte appresso,
      A me noto è l'ingresso
      Di sotterranea via. Ne cela il varco
      De' folti dumi e de' pendenti rami
      L'invecchiata licenza. All'acque un tempo
      Servì di strada; or, dall'età cangiata,
      Offre asciutto il cammino
      Dall'offesa cittade al mar vicino.

Emilia - (Può giovarmi il saperlo).

Marzia - Ed a chi fidi
      La speme, o padre? È mal sicura, il sai,
      La fé di Arbace: a ricusarmi ei giunse.

Catone - Ma nel cimento estremo
      Ricusarti non può. Di tanto eccesso
      È incapace, il vedrai.

Marzia - Farà l'istesso.



SCENA XIII

Arbace, e detti.

Arbace - Signor, so che a momenti
      Pugnar si deve: imponi
      Che far degg'io. Senz'aspettar l'aurora,
      Ogn'ingiusto sospetto a render vano,
      Vengo sposo di Marzia; ecco la mano.
      (Mi vendico così).

Catone - Nol dissi, o figlia?

Marzia - Temo, Arbace, ed ammiro
      L'incostante tuo cor.

Arbace - D'ogni riguardo
      Disciolto io sono, e la ragion tu sai.

Marzia - (Ah, mi scopre).

Arbace - A Catone
      Deggio un pegno di fede in tal periglio.

Catone - Che tardi? (a Marzia)

Emilia - (Che farà?)

Marzia - (Numi, consiglio).

Emilia - Marzia, ti rasserena.

Marzia - Emilia, taci.

Arbace - (a Marzia) Or mia sarai.

Marzia - (Che pena!)

Catone - Più non s'aspetti. A lei
      Porgi, Arbace, la destra.

Arbace - Eccola: in dono
      Il cor, la vita, il soglio
      Così presento a te.

Marzia - Va! non ti voglio.

Arbace - Come!

Emilia - (Che ardir!)

Catone - (a Marzia) Perché?

Marzia - Finger non giova;
      Tutto dirò. Mai non mi piacque Arbace;
      Mai nol soffersi, egli può dirlo. Ei chiese
      Il differir le nozze
      Per cenno mio. Sperai che al fin, più saggio,
      L'autorità d'un padre
      Impegnar non volesse a far soggetti
      I miei liberi affetti:
      Ma, già che sazio ancora
      Non è di tormentarmi: e vuol ridurmi
      A un estremo periglio,
      A un estremo rimedio anch'io m'appiglio.

Catone - Son fuor di me. Donde tant'odio e donde
      Tanta audacia in costei? (ad Emilia e ad Arbace)

Emilia - Forse altro foco
      L'accenderà.

Arbace - Così non fosse!

Catone - E quale
      De' contumaci amori
      Sarà l'oggetto?

Arbace - Oh Dio!

Emilia - Chi sa?

Catone - Parlate.

Arbace - Il rispetto...

Emilia - Il decoro...

Marzia - Tacete; io lo dirò. Cesare adoro.

Catone - Cesare!

Marzia - Sì. Perdona,
      Amato genitor; di lui m'accesi
      Pria che fosse nemico: io non potei
      Sciogliermi più. Qual è quel cor capace
      D'amare e disamar quando gli piace?

Catone - Che giungo ad ascoltar!

Marzia - Placati, e pensa
      Che le colpe d'amor...

Catone - Togliti, indegna!
      Togliti agli occhi miei.

Marzia - Padre...

Catone - Che padre!
      D'una perfida figlia,
      Che ogni rispetto oblia, che in abbandono
      Mette il proprio dover, padre non sono.

Marzia - Ma che feci? Agli altari
      Forse i numi involai? Forse distrussi
      Con sacrilega fiamma il tempio a Giove?
      Amo al fine un eroe, di cui superba
      Sopra i secoli tutti
      Va la presente etade; il cui valore
      Gli astri, la terra, il mar, gli uomini, i numi
      Favoriscono a gara: onde, se l'amo,
      O che rea non son io,
      O il fallo universale approva il mio.

Catone - Scellerata, il tuo sangue... (in atto di ferir Marzia)

Arbace - Ah no, t'arresta.

Emilia - Che fai? (a Catone)

Arbace - Mia sposa è questa.

Catone - Ah, prence! Ah, ingrata!
      Amare un mio nemico!
      Vantarlo in faccia mia! Stelle spietate,
      A quale affanno i giorni miei serbate!
      
      Dovea svenarti allora (a Marzia)
      Che apristi al dì le ciglia.
      Dite: vedeste ancora (ad Emilia e ad Arbace)
      Un padre ed una figlia,
      Perfida al par di lei,
      Misero al par di me?
      L'ira soffrir saprei
      D'ogni destin tiranno:
      A questo solo affanno
      Costante il cor non è. (parte)



SCENA XIV

Marzia, Emilia, Arbace.

Marzia - Sarete paghi al fin. (ad Arbace) Volesti al padre
      Vedermi in odio? Eccomi in odio. (ad Emilia) Avesti
      Desio di guerra? Eccoci in guerra. Or dite:
      Che bramate di più?

Arbace - M'accusi a torto,
      Tu mi togliesti, il sai,
      La legge di tacere.

Emilia - Io non t'offendo,
      Se vendetta desio.

Marzia - Ma uniti intanto
      Contro me congiurate.
      Ditelo: che vi feci, anime ingrate?
      
      So che godendo vai (ad Arbace)
      Del duol che mi tormenta:
      Ma lieto non sarai;
      Ma non sarai contenta: (ad Emilia)
      Voi penerete ancor.
      Nelle sventure estreme
      Noi piangeremo insieme.
      Tu non avrai vendetta; (ad Emilia)
      Tu non sperare amor. (ad Arbace, e parte)



SCENA XV

Emilia ed Arbace.

Emilia - Udisti, Arbace? Il credo appena. A tanto
      Giunge dunque in costei
      Un temerario amor? Ne vanta il foco;
      Te ricusa, me insulta e il padre offende.

Arbace - Di colei che mi accende,
      Ah, non parlar così.

Emilia - Non hai rossore
      Di tanta debolezza? A tale oltraggio
      Resisti ancor?

Arbace - Che posso far? È ingrata,
      È ingiusta, io lo conosco; e pur l'adoro:
      E sempre più si avanza
      Con la sua crudeltà la mia costanza.
      

Emilia - Se sciogliere non vuoi
      Dalle catene il cor,
      Di chi lagnar ti puoi?
      Sei folle nell'amor,
      Non sei costante.
      Ti piace il suo rigor;
      Non cerchi libertà;
      L'istessa infedeltà
      Ti rende amante. (parte)



SCENA XVI

Arbace.

Arbace - L'ingiustizia, il disprezzo,
      La tirannia, la crudeltà, lo sdegno
      Dell'ingrato mio ben senza lagnarmi
      Tollerare io saprei: tutte son pene
      Soffribili ad un cor. Ma su le labbra
      Della nemica mia sentire il nome
      Del felice rival: saper che l'ama:
      Udir che i pregi ella ne dica, e tanto
      Mostri per lui d'ardire:
      Questo, questo è penar, questo è morire!
      
      Che sia la gelosia
      Un gelo in mezzo al foco,.
      È ver; ma questo è poco.
      È il più crudel tormento
      D'un cor che s'innamora;
      E questo è poco ancora.
      Io nel mio cor lo sento,
      Ma non lo so spiegar.
      Se non portasse amore
      Affanno sì tiranno,
      Qual è quel rozzo core
      Che non vorrebbe amar?


FINE DELL'ATTO SECONDO




ATTO TERZO

SCENA I

Cortile.

Cesare e Fulvio.

Cesare - Tutto, amico, ho tentato: alcun rimorso
      Più non mi resta. In van finsi fin ora
      Ragioni alla dimora,
      Sperando pur che, della figlia al pianto,
      D'Utica a' prieghi e de' perigli a fronte,
      Si piegasse Catone. Or so ch'ei volle,
      In vece di placarsi,
      Marzia svenar, perché gli chiese pace,
      Perché disse d'amarmi. Andiamo: ormai
      Giusto è il mio sdegno; ho tollerato assai. (in atto di partire)

Fulvio - Ferma, tu corri a morte.

Cesare - Perché?

Fulvio - Già su le porte
      D'Utica v'è chi nell'uscir ti deve
      Privar di vita.

Cesare - E chi pensò la trama?

Fulvio - Emilia. Ella mel disse; ella confida
      Nell'amor mio, tu 'l sai.

Cesare - Coll'armi in pugno
      Ci apriremo la via. Vieni.

Fulvio - Raffrena
      Questo ardor generoso. Altro riparo
      Offre la sorte.

Cesare - E quale?

Fulvio - Un, che fra l'armi
      Milita di Catone, infino al campo
      Per incognita strada
      Ti condurrà.

Cesare - Chi è questi?

Fulvio - Floro si appella: uno è di quei che scelse
      Emilia a trucidarti. Ei vien pietoso
      A palesar la frode,
      E ad aprirti lo scampo.

Cesare - Ov'è?

Fulvio - Ti attende
      D'Iside al fonte. Egli mi è noto: a lui
      Fidati pure. Intanto al campo io riedo;
      E, per l'esterno ingresso
      Di quel cammino istesso a te svelato,
      Co' più scelti de' tuoi
      Tornerò poi per tua difesa armato.

Cesare - E fidarci così?

Fulvio - Vivi sicuro:
      Avran di te, che sei
      La più grand'opra lor, cura gli dèi.
      
      La fronda, che circonda
      A' vincitori il crine,
      Soggetta alle ruine
      Del folgore non è.
      Compagna dalla cuna,
      Apprese la fortuna
      A militar con te. (parte)



SCENA II

Cesare, poi Marzia.

Cesare - Quanti aspetti la sorte
      Cangia in un giorno!

Marzia - Ah Cesare, che fai?
      Come in Utica ancor?

Cesare - L'insidie altrui
      Mi son d'inciampo.

Marzia - Per pietà, se m'ami,
      Come parte del mio
      Difendi il viver tuo. Cesare, addio. (in atto di partire)

Cesare - Fermati, dove fuggi?

Marzia - Al germano, alle navi il padre irato
      Vuol la mia morte. (Oh Dio, (guardando intorno)
      Giungesse mai!) Non m'arrestar: la fuga
      Sol può salvarmi.

Cesare - Abbandonata e sola
      Arrischiarti così? Ne' tuoi perigli
      Seguirti io deggio.

Marzia - No: se è ver che m'ami,
      Me non seguir; pensa a te sol: non déi
      Meco venire. Addio... Ma senti: in campo,
      Com'è tuo stil, se vincitor sarai,
      Oggi del padre mio
      Risparmia il sangue, io te ne priego. Addio. (in atto di partire)

Cesare - T'arresta anche un momento.

Marzia - È la dimora
      Perigliosa per noi: potrebbe... Io temo... (guardando intorno)
      Deh! lasciami partir.

Cesare - Così t'involi?

Marzia - Crudel! da me che brami? È dunque poco
      Quanto ho sofferto? Ancor tu vuoi ch'io senta
      Tutto il dolor d'una partenza amara?
      Lo sento sì, non dubitarne: il pregio
      D'esser forte m'hai tolto. In van sperai
      Lasciarti a ciglio asciutto. Ancora il vanto
      Del mio pianto volesti: ecco il mio pianto.

Cesare - Aimè, l'alma vacilla!

Marzia - Chi sa se più ci rivedremo, e quando:
      Chi sa se il fato rio
      Non divida per sempre i nostri affetti.

Cesare - E nell'ultimo addio tanto ti affretti?
      

Marzia - Confusa, smarrita,
      Spiegarti vorrei
      Che fosti... che sei...
      Intendimi, oh Dio!
      Parlar non poss'io:
      Mi sento morir.
      Fra l'armi, se mai
      Di me ti rammenti,
      Io voglio... Tu sai...
      Che pena! Gli accenti
      Confonde il martìr. (parte)



SCENA III

Cesare, poi Arbace.

Cesare - Quali insoliti moti
      Al partir di costei prova il mio core!
      Dunque al desio d'onore
      Qualche parte usurpar de' miei pensieri
      Potrà l'amor?

Arbace - (nell'uscita si ferma) (M'inganno,
      O pur Cesare è questi?)

Cesare - Ah, l'esser grato,
      Aver pietà d'una infelice al fine
      Debolezza non è. (in atto di partire)

Arbace - Fermati: e dimmi
      Quale ardir, qual disegno
      T'arresta ancor fra noi?

Cesare - (Questi chi fia?)

Arbace - Parla.

Cesare - Del mio soggiorno
      Qual cura hai tu?

Arbace - Più che non pensi.

Cesare - Ammiro
      L'audacia tua, ma non so poi se a' detti
      Corrisponda il valor.

Arbace - Se l'assalirti
      Dove ho tante difese, e tu sei solo,
      Non paresse viltade, or ne faresti
      Prova a tuo danno.

Cesare - E come mai con questi
      Generosi riguardi Utica unisce
      Insidie e tradimenti?

Arbace - Ignote a noi
      Furon sempre quest'armi.

Cesare - E pur si tenta,
      Nell'uscir ch'io farò da queste mura,
      Di vilmente assalirmi.

Arbace - E qual saria
      Sì malvagio fra noi?

Cesare - Nol so: ti basti
      Saper che v'è.

Arbace - Se temi
      Della fé di Catone o della mia,
      T'inganni: io ti assicuro
      Che alle tue tende or ora
      Illeso tornerai; ma in quelle poi
      Men sicuro sarai forse da noi.

Cesare - Ma chi sei tu, che meco
      Tanta virtù dimostri e tanto sdegno?

Arbace - Non mi conosci?

Cesare - No.

Arbace - Son tuo rivale
      Nell'armi e nell'amor.

Cesare - Dunque tu sei
      Il principe numida
      Di Marzia amante e al genitor sì caro?

Arbace - Sì, quello io sono.

Cesare - Ah! se pur l'ami, Arbace,
      La siegui, la raggiungi; ella s'invola
      Del padre all'ira, intimorita e sola.

Arbace - Dove corre?

Cesare - Al germano.

Arbace - Per qual cammin?

Cesare - Chi sa? Quindi pur dianzi
      Passò fuggendo.

Arbace - A rintracciarla io vado.
      Ma no; prima al tuo campo
      Deggio aprirti la strada: andiam.

Cesare - Per ora
      Il periglio di lei
      È più grave del mio: vanne.

Arbace - Ma teco
      Manco al dover, se qui ti lascio.

Cesare - Eh pensa
      Marzia a salvare, io nulla temo. È vana
      Un'insidia palese.

Arbace - Ammiro il tuo gran cor: tu del mio bene
      Al soccorso m'affretti, il tuo non curi;
      E colei che t'adora
      Con generoso eccesso,
      Rival confidi al tuo rivale istesso.
      
      Combattuta da tante vicende,
      Si confonde quest'alma nel sen.
      Il mio bene mi sprezza e m'accende,
      Tu m'involi e mi rendi il mio ben. (parte)



SCENA IV

Cesare.

Cesare - Del rivale all'aita
      Or che Marzia abbandono ed or che il fato
      Mi divide da lei, non qual pena
      Incognita fin or m'agita il petto.
      
      Taci, importuno affetto:
      No, fra le cure mie luogo non hai,
      Se a più nobil desio servir non sai.
      
      Quell'amor che poco accende
      Alimenta un cor gentile,
      Come l'erbe il nuovo aprile,
      Come i fiori il primo albor.
      Se tiranno poi si rende,
      La ragion ne sente oltraggio,
      Come l'erba al caldo raggio,
      Come al gelo esposto il fior. (parte)



SCENA V

Acquedotti antichi, ridotti ad uso di strada sotterranea, che conducono dalla città alla marina, con porta chiusa da un lato del prospetto.

Marzia.

Cesare - Pur veggo al fine un raggio
      D'incerta luce infra l'orror di queste
      Dubbiose vie: ma non ritrovo il varco (guardando attorno)
      Che al mar conduce. Orma non v'è che possa
      Additarne il sentier. Mi trema in petto
      Per tema il cor. L'ombre, il silenzio, il grave
      Fra questi umidi sassi aere ristretto
      Peggior de' rischi miei rendon l'aspetto.
      Ah, se d'uscir la via
      Rinvenir non sapessi!... (guardando s'avvede della porta)
      Eccola. Alquanto
      L'alma respira. Al lido
      Si affretti il piè. Ma, s'io non erro, il passo
      Chiuso mi sembra. Oh Dio!
      Pur troppo è ver. Chi l'impedì? Si tenti. (torna alla porta)
      Cedesse almeno. Ah, che m'affanno in vano!
      Misera! che farò? Per l'orme istesse
      Tornar conviene. Alla mia fuga il Cielo
      Altra strada aprirà. Numi, qual sento
      Di varie voci e di frequenti passi
      Suono indistinto! Ove n'andrò? Si avanza
      Il mormorio. Potessi
      Quel riparo atterrar! Né pur si scuote. (s'appressa di nuovo, e scuote la porta)
      Dove fuggir? Forza è celarsi. E quando
      I timori e gli affanni
      Avran fine una volta, astri tiranni? (si nasconde)



SCENA VI

Emilia con ispada nuda e gente armata, e detta in disparte.

Emilia - È questo, amici, il luogo ove dovremo
      La vittima svenar. Fra pochi istanti
      Cesare giungerà. Chiusa è l'uscita
      Per mio comando; onde non v'è per lui
      Via di fuggir. Voi fra que' sassi occulti
      Attendete il mio cenno. (la gente d'Emilia si ritira)

Marzia - (Aimè, che sento!)

Emilia - Quanto tarda il momento
      Sospirato da me! Vorrei... Ma parmi
      Ch'altri s'appressi. È questo
      Certamente il tiranno. Aita, o dèi:
      Se vendicata or sono,
      Ogni oltraggio sofferto io vi perdono (si nasconde)

Marzia - (Oh Ciel, dove mi trovo! Almen potessi
      Impedir ch'ei non giunga!)



SCENA VII

Cesare, e dette in disparte.

Cesare - (guardando la scena) Il calle angusto
      Qui si dilata: ai noti segni il varco
      Non lungi esser dovrà. Floro, m'ascolti?... (voltandosi indietro)
      Floro!... Nol veggio più. Fin qui condurmi:
      Poi dileguarsi! Io fui
      Troppo incauto in fidarmi. Eh! non è questo
      Il primo ardir felice: io di mia sorte
      Feci in rischio maggior più certa prova.

Emilia - Ma questa volta il suo favor non giova. (esce)

Marzia - (Oh stelle!)

Cesare - Emilia armata!

Emilia - È giunto il tempo
      Delle vendette mie.

Cesare - Fulvio ha potuto
      Ingannarmi così!

Emilia - No, dell'inganno
      Tutta la gloria è mia. Della sua fede,
      Giurata a te, contro di te mi valsi.
      Perché impedisse il tuo ritorno al campo,
      A Fulvio io figurai
      D'Utica su le porte i tuoi perigli.
      Per condurti ove sei, Floro io mandai
      Con simulato zelo a palesarti
      Questa incognita strada. Or dal mio sdegno
      Se puoi, t'invola.

Cesare - Un femminil pensiero
      Quanto giunge a tentar!

Emilia - Forse volevi
      Che insensati gli dèi sempre i tuoi falli
      Soffrissero così? Che sempre il mondo
      Pianger dovesse in servitù dell'empio
      Suo barbaro oppressor? Che l'ombra grande
      Del tradito Pompeo
      Eternamente invendicata errasse?
      Folle! Contro i malvagi,
      Quando più gli assicura,
      Allor le sue vendette il Ciel matura.
      Al fin che chiedi?

Emilia - Il sangue tuo.

Cesare - Sì lieve
      Non è l'impresa.

Emilia - Or lo vedremo.

Marzia - (Oh Dio!)

Emilia - Olà! costui svenate. (esce la gente d'Emilia)

Cesare - Prima voi caderete. (cava la spada)

Marzia - Empi, fermate!

Cesare - (Marzia!)

Emilia - (Che veggio!)

Marzia - E di tradir non sente
      Vergogna Emilia?

Emilia - E di fuggir con lui
      Non ha Marzia rossore?

Cesare - (Oh strani eventi!)

Marzia - Io con Cesare! Menti.
      L'ira del padre ad evitar m'insegna
      Giusto timor.



SCENA VIII

Catone con ispada nuda, e detti.

Catone - (verso Marzia) Pur ti ritrovo, indegna.

Marzia - Misera!

Cesare - Non temer. (va a porsi davanti a Marzia)

Catne - (vedendo Cesare) Che miro!

Emilia - (vedendo Catone) Oh stelle!

Catone - Tu in Utica, o superbo? (a Cesare)
      Tu seco, o scellerata? (a Marzia)
      Voi qui senza mio cenno? (alla gente armata)
      Emilia armata?
      Che si vuol? che si tenta?

Cesare - La morte mia, ma con viltà.

Emilia - Tu vedi
      Ch'oggi è dovuto all'onor tuo quel sangue,
      Non men che all'odio mio.

Marzia - Ah, questo è troppo! È Cesare innocente:
      Innocente son io.

Catone - Taci. Comprendo
      I vostri rei disegni. Olà! dal fianco
      Di lui l'empia si svelga. (alla gente armata)

Cesare - (si pone in difesa) A me la vita
      Prima toglier conviene.

Catone - Temerario!

Emilia - Eh! s'uccida. (a Catone)

Marzia - Padre, pietà!

Catone - (a Cesare) Deponi il brando.

Cesare - Il brando
      Io non cedo così. (s'ode di dentro rumore)

Emilia - Qual improvviso
      Strepito ascolto?

Catone - E di quai grida intorno
      Risonan queste mura?

Marzia - Che fia!

Cesare - Non paventar.

Emilia - Troppo il tumulto,
      Signor, si avanza. (a Catone, sentendo crescere il rumore)

Marzia - Ai replicati colpi
      Crollano i sassi.

Catone - Insidia è questa. Ah, prima
      Ch'altro ne avvenga, all'onor mio si miri.
      L'empia non uccidete;
      Disarmate il tiranno; io vi precedo. (alla gente)



SCENA IX

Fulvio con gente armata, che, gettati a terra i ripari, entra, e detti.

Fulvio - Venite, amici.

Marzia ed Emilia - Oh Ciel!

Catone - Numi, che vedo!

Fulvio - Cesare, all'armi nostre
      Utica aprì le porte: or puoi sicuro
      Goder della vittoria.

Catone - Ah, siam traditi!

Cesare - Corri, amico, e raffrena (a Fulvio)
      La militar licenza: io vincer voglio,
      Non trionfare.

Emilia - Inutil ferro! (getta la spada)

Marzia - Oh dèi!

Fulvio - Parte di voi rimanga (a' suoi soldati)
      Di Cesare in difesa. Emilia, addio.

Emilia - Va, indegno!

Fulvio - A Roma io servo e al dover mio. (parte. Restano alcune guardie con Cesare)

Cesare - Catone, io vincitor...

Catone - Taci. Se chiedi
      Ch'io ceda il ferro, eccolo; (getta la spada) un tuo comando
      Udir non voglio.

Cesare - Ah! no, torni al tuo fianco,
      Torni l'illustre acciar.

Catone - Sarebbe un peso
      Vergognoso per me, quando è tuo dono.

Marzia - Caro padre...

Catone - T'accheta.
      Il mio rossor tu sei.

Marzia - Si plachi almeno
      Il cor d'Emilia.

Emilia - Il chiedi in vano.

Cesare - (a Catone) Amico,
      Pace, pace una volta.

Catone - In van la speri.

Marzia - Ma tu che vuoi? (ad Emilia)

Emilia - Viver fra gli odii e l'ire.

Cesare - Ma tu che brami? (a Catone)

Catone - In libertà morire.

Marzia - Deh, in vita ti serba. (a Catone)

Cesare - Deh, sgombra l'affanno. (ad Emilia)

Catone - Ingrata, superba! (a Marzia)

Emilia - Indegno, tiranno! (a Cesare)

Cesare - Ma t'offro la pace. (a Catone)

Catone - Il dono mi spiace.

Marzia - Ma l'odio raffrena. (ad Emilia)

Emilia - Vendetta sol voglio.

Cesare - Che duolo!

Marzia - Che pena!

Emilia - Che fasto!

Catone - Che orgoglio!

Tutti - Più strane vicende
      La sorte non ha.

Marzia - M'oltraggia, m'offende
      Il padre sdegnato. (da sé)

Cesare - Non cangia pensiero
      Quel core ostinato. (verso Catone)

Emilia - Vendetta non spero. (da sé)

Catone - La figlia è ribelle. (da sé)

Tutti - Che voglian le stelle,
      Quest'alma non sa. (partono)



SCENA X

Luogo magnifico nel soggiorno di Catone.

Arbace con ispada nuda, ed alcuni seguaci, poi Fulvio dal fondo, parimente con ispada nuda e sèguito di Cesariani.

Arbace - Dove mai l'idol mio,
      Dove mai si celò? M'affretto in vano;
      Né pur qui lo ritrovo. Oh dèi! Già tutta
      Di nemiche falangi Utica è piena.
      Compagni, amici, ah per pietà, si cerchi,
      Si difenda il mio ben. Ma già s'avanza
      Fulvio con l'armi. Ardir, miei fidi; andiamo
      Contro lo stuolo audace
      A vendicarci almen.

Fulvio - Fermati, Arbace.
      Il dittator non vuole
      Che si pugni con voi. Di sua vittoria
      Altro frutto non chiede
      Che la vostra amistà, la vostra fede.

Arbace - Che fede? che amistà? Tutto è perduto:
      Altra speme non resta
      Che terminar la vita,
      Ma con l'acciaro in man.



SCENA XI

Emilia, e detti.

Emilia - (ad Arbace) Principe, aita!

Arbace - Che fu?

Emilia - Muore Catone.

Fulvio - E chi l'uccide?

Emilia - Si ferì di sua mano.

Arbace - E niuno accorse
      Il colpo a trattener?

Emilia - La figlia ed io
      Tardi giungemmo. Il brieve acciar di pugno
      Lasciò rapirsi, allor però che immerso
      L'ebbe due volte in seno.

Arbace - Ah, pria che muora,
      Si procuri arrestar l'alma onorata. (in atto di partire)

Fulvio - Lo sappia il dittator. (parte Fulvio)



SCENA XII

Catone ferito, Marzia, e detti.

Catone - (a Marzia) Lasciami, ingrata!

Marzia - Arbace! Emilia!

Arbace - Oh Dio!
      Che facesti, o signore?

Catone - Al mondo, a voi
      Ad evitar la servitude insegno.

Emilia - Alla pietosa cura
      Cedi de' tuoi.

Arbace - Pensa ove lasci e come
      Una misera figlia.

Catone - Ah! l'empio nome
      Tacete a me: sol questa indegna oscura
      La gloria mia.

Marzia - Che crudeltà! Deh, ascolta
      I prieghi miei. (a Catone)

Catone - Taci.

Marzia - (s'inginocchia)
      Perdono, o padre
      Caro padre, pietà. Questa che bagna
      Di lagrime il tuo piede, è pur tua figlia.
      Ah! volgi a me le ciglia,
      Vedi almen la mia pena;
      Guardami una sol volta e poi mi svena.

Arbace - Placati al fine. (a Catone)

Catone - (a Marzia)
      Or senti:
      Se vuoi che l'ombra mia vada placata
      Al suo fatal soggiorno eterna fede
      Giura ad Arbace; e giura
      All'oppressore indegno
      Della patria e del mondo eterno sdegno.

Marzia - (Morir mi sento).

Catone - E pensi ancor? Conosco
      L'animo avverso. Ah! da costei lontano
      Lasciatemi morir.

Marzia - No, padre, ascolta: (s'alza)
      Tutto farò. Vuoi che ad Arbace io serbi
      Eterna fé? La serberò. Nemica
      Di Cesare mi vuoi? Dell'odio mio
      Contro lui ti assicuro.

Catone - Giuralo.

Marzia - (Oh Dio!) Su questa man lo giuro. (prende la mano di Catone e la bacia)

Arbace - Mi fa pietà.

Emilia - (Che cangiamento!)

Catone - (abbracciando Marzia) Or vieni
      Fra queste braccia, e prendi
      Gli ultimi amplessi miei, figlia infelice.
      Son padre al fine; e nel momento estremo
      Cede a' moti del sangue
      La mia fortezza. Ah, non credea lasciarti
      In Africa così!

Marzia - Mi scoppia il core!

Arbace - Oh dèi!

Catone - (siede) Marzia, il vigore
      Sento mancar... Vacilla il piè... Qual gelo
      Mi scorre per le vene! (sviene)

Marzia - Soccorso, Arbace: il genitor già sviene. (si vedono venir Cesare, e Fulvio dal fondo)

Arbace - Non ti avvilir. La tenerezza opprime
      Gli spirti suoi.

Marzia - Consiglio, Emilia.

Emilia - Arriva
      Cesare a noi.

Marzia - Misera me!

Arbace - Che giorno
      È questo mai!



SCENA ULTIMA

Cesare, poi Fulvio con numeroso sèguito, e detti.

Cesare - Vive Catone?

Arbace - Ancora
      Lo serba il Ciel.

Cesare - Per mantenerlo in vita
      Tutto si adopri, anche il mio sangue istesso.

Marzia - Parti, Cesare, parti:
      Non accrescermi affanni.

Catone - Ah figlia!

Arbace - Al labbro
      Tornan gli accenti.

Cesare - (si appressa a Catone e lo sostiene)
      Amico, vivi e serba
      Alla patria un eroe.

Catone - (prende per la mano Cesare, credendolo Marzia)
      Figlia, ritorna
      A questo sen. Stelle! ove son? Chi sei?

Cesare - Stai di Cesare in braccio.

Catone - Ah, indegno! e quando
      Andrai lungi da me? (tenta di rialzarsi e ricade)

Cesare - Placati.

Catone - Io voglio...
      Manca il vigor; ma l'ira mia richiami
      Gli spirti al cor. (s'alza da sedere)

Marzia - Reggiti, o padre.

Cesare - E vuoi
      Morir così nemico?

Catone - Anima rea,
      Io moro sì, ma della morte mia
      Poco godrai: la libertade oppressa
      Il suo vindice avrà. Palpita ancora
      La grand'alma di Bruto in qualche petto.
      Chi sa...

Arbace - Tu manchi.

Emilia - Oh Dio!

Catone - Chi sa, lontano
      Forse il colpo non è. Per pace altrui
      L'affretti il Cielo; e quella man, che meno
      Credi infedel, quella ti squarci il seno.

Fulvio - (L'insulta anche morendo!)

Catone - Ecco... al mio ciglio...
      Già langue... il dì.

Cesare - Roma, che perdi!

Catone - Altrove...
      Portatemi... a morir.

Marzia - Vieni.

Emilia ed Arbace - Che affanno!

Catone - No, non vedrai..., tiranno...,
      Nella... morte... vicina...
      Spirar... con me... la libertà... latina.
      (Catone, sostenuto da Marzia e da Arbace, entra morendo)

Cesare - Ah! se costar mi deve
      I giorni di Catone il serto, il trono,
      Ripigliatevi, o numi, il vostro dono. (getta il lauro)


FINE DEL DRAMMA



EDIZIONE DI RIFERIMENTO: "Tutte le opere - Pietro Metastasio", a cura di B. Brunelli, volume I, Mondadori, Milano, 1954







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